Le “Terme del Corallo” di Livorno

Questo articolo è stato pubblicato sul Tirreno del 4 aprile 2007 con il titolo “Cinquanta anni di scempi ed errori: giù i gioielli architettonici. Livorno città senza memorie.” Suo autore è Dario Matteoni, storico dell’Arte di chiara fama ed ex assessore al Comune di Livorno.

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Un recente cartellone, dalla grafica quasi accattivante, accoglie ‘l’ignaro’ visitatore che dalla superstrada, superato il nuovo centro commerciale, si dirige verso il centro di Livorno. Al nostro viaggiatore appaiono le immagini scelte come testimonianze della città: la grande cisterna di Pasquale Poccianti e il Mercato generale di Angiolo Badaloni e, di certo attirato dalla monumentalità di queste opere di evidente modernità, non può non essere a questo punto sollecitato da un’immediata curiosità. Non ha appena incontrato nel suo percorso, proprio alle soglie della città, a pochi metri da quel cartellone, un edificio che, pur ridotto allo stato di rovina, comunica ancora l’eleganza delle sue architetture e delle sue decorazioni?

L’interrogativo diventa più struggente quando il nostro turista, forse memore della lettura ancora fresca di qualche guida, ricorda che l’edificio che forse in maniera più efficace di qualsiasi cartellone lo ha accolto al suo arrivo a Livorno è uno dei capolavori della stagione Liberty in Toscana, le Terme della Salute, opera dello stesso architetto del mercato generale, Angiolo Badaloni.

Strano destino quello della città di Livorno: a partire dagli anni settanta ha vissuto una progressiva quanto inarrestabile distruzione del patrimonio architettonico e ambientale, così evidente da accreditare la convinzione di un luogo senza monumenti e senza storia, e da infondere una definitiva rassegnazione rispetto agli scempi che in molti casi si sono perpetrati. Qualche esempio.

Il primo è sotto gli occhi di tutti anche per recenti vicende: la piazza Attias, dove fino ancora nel 1970 si poteva ammirare la sontuosa villa che un ricco mercante, Nicola Scaramangà, si era fatto costruire alla fine dell’Ottocento, trasformando un precedente edificio dell’architetto romano Antonio Cipolla: immaginiamo una sorta di villa Mimbelli, perché non dissimile era questa residenza, forse ancora più sapiente nella ricchezza degli arredi e delle decorazioni, posta al centro della città e contornata da un ameno parco. Di questa resta solo il ricordo che il fotografo ci ha lasciato al momento della demolizione e qualche disegno conservato in un archivio romano: al suo posto possiamo solo trovare una cattiva interpretazione dell’architettura moderna, una piazza informe, un parcheggio sotterraneo riconoscibile solo dallo squallore degli accessi, sovente abbandonati, una corona di edifici assolutamente privi di qualità (che solo uno sprovveduto potrebbe attribuire alla mano di Giovanni Michelucci!).

Il nostro elenco potrebbe allungarsi con facilità dalle occasioni mancate dei nuovi quartieri nati a sud della città, come il quartiere di Banditella, che a questo nome così evocativo non rende assolutamente merito: perché certo nella selva di anonimi palazzi è ben difficile cogliere anche solo il profumo degli ulivi che qui discendevano al mare. E ancora una volta prevale la nostalgia.

Ma, a parte la nostra collezione di ricordi, passiamo ad una più scottante attualità, e prima di tutto ad un esempio recentissimo: la trasformazione dell’area della Peroni. Di questo esempio ci limiteremo unicamente a dire che in controtendenza rispetto a quanto avviene in Europa, si è preferito demolire un considerevole edificio industriale, documento non trascurabile di una preziosa storia del lavoro, ma anche testimonianza di un’architettura industriale in cemento armato assai sapiente; bene, in spregio ad ogni criterio di decoro si è deciso di sostituirlo con un’edilizia del tutto priva di interesse.

E veniamo all’esempio che è oggi all’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica, attonita e preoccupata del destino della foggia architettonica che la nostra città sta assumendo, purtroppo senza alcuna consapevolezza delle effettive opportunità. Vale la pena riassumere la vicenda storica del complesso delle Terme del Corallo, esempio tra i più significativi in Toscana di quella stagione artistica europea conosciuta come Liberty. L’edificio fu costruito all’inizio del ‘900, tra l’altro in brevissimo tempo, per sfruttare le capacità curative di alcune sorgenti che qui sgorgavano naturalmente. Il progetto del complesso fu affidato, come si è detto, ad uno dei più noti professionisti del tempo, l’ingegnere Angiolo Badaloni, direttore dell’Ufficio tecnico del Comune, che, dopo un primo progetto ancora improntato a formule tradizionali, maturò la convinzione che per un simile complesso occorreva un linguaggio architettonico più adeguato. Nuove architetture, stavolta ispirate a decorazioni floreali, rivestirono quindi il padiglione centrale e l’esedra dove si collocavano gli uffici sanitari e la sala per la mescita delle acque, mentre suggestivi e gradevoli pannelli decorativi in ceramica, affidati al disegno del fiorentino Ernesto Bellandi, accoglievano i frequentatori delle terme, ricordando come le fortune di Livorno fossero ad un tempo affidate al valore curativo delle acque, dai bagni di mare alle sorgenti termali. Non a caso si coniò per l’occasione il termine di Montecatini a Mare. Il complesso delle Acque della Salute fu poi determinante nella scelta di ubicare in quell’area la nuova stazione ferroviaria; non solo, attorno ad esso, nel giro di pochi anni, nacque un nuovo quartiere.

La storia recente ha visto l’abbandono e il degrado di tale complesso, a cui si è aggiunto, proprio negli anni ’70, un ultimo vergognoso scempio: la costruzione, proprio a ridosso della grande esedra, di un cavalcavia immaginato allora come collegamento tra la città e un centro direzionale mai nato. Strette da questo incombente viadotto le Terme della Salute sono state irrimediabilmente compromesse: al degrado materiale, allo stravolgimento di un preciso assetto urbanistico si è aggiunta anche la rimozione da ogni possibile punto di vista. Qualsiasi motivazione si possa addurre per giustificare tale scelta, questa non può non sottintendere un evidente disprezzo per la storia della nostra città e un’imperdonabile mancanza di rispetto per i nostri beni architettonici.

Ed è forse da tali considerazioni che oggi si dovrebbe muovere per affrontare il restauro di un edificio storico e anche di quello che è stato uno dei complessi ambientali di maggior pregio della città di Livorno nella sua storia più recente.

Non è certo questa la sede per ripercorrere complessi e intricati procedimenti amministrativi, tuttavia non può non stupire che il dibattito avviato dall’attuale amministrazione si concentri esclusivamente sulla necessità di consentire la costruzione, a fianco dello storico complesso, di una serie di edifici di abitazione di cui abbiamo avuto qualche anticipazione nei disegni pubblicati tempo addietro proprio su questo giornale. E’ come se, non contenti dell’incombere del viadotto da una parte, si volesse completare l’opera, come in una sorta di sandwich, con una corona di edifici multipiano dall’altra.

Ci si sarebbe ragionevolmente aspettati che la prima questione affrontata fosse, sia sul piano tecnico che amministrativo, l’ideazione di un complessivo piano di restauro ambientale e architettonico, non affidato all’iniziativa di singoli promotori privati, ma promosso in tutte le sue valenze dalle istituzioni pubbliche, magari attraverso una procedura concorsuale internazionale, come ci piace ogni tanto riaffermare. Non che esempi in tal senso non vi siano anche in Toscana, basti pensare il caso dell’Ospedale di Santa Maria di Siena.

In altri termini qualsiasi programma su tale area dovrebbe necessariamente mantenere una visione unitaria e, in ogni caso, muovere proprio dall’improrogabile necessità del restauro dell’importante monumento liberty. Non sembra invece che tali siano gli orientamenti che attualmente vengono perseguiti, che anzi risentono con ogni evidenzia di un’impostazione non più attuale soprattutto rispetto al contesto europeo: si deve finalmente capire che non si può tornare agli anni Settanta!

Si badi bene, non si vuol dire che non bisogna considerare la necessità dell’apporto di capitali privati in tale non facile operazione, ma certo dovrebbe trattarsi di un apporto necessariamente da commisurarsi con la globalità dell’intervento, e non certo limitato all’esclusiva costruzione di un nuovo quartiere residenziale che in ogni caso peserebbe come una gravosa ipoteca su qualsiasi futura ipotesi, mentre rimane pietosamente aperta la scandalosa questione del viadotto.

E anche questo deve essere chiaro: la presenza del cavalcavia, una plateale stortura sul piano urbanistico, incombe come un macigno su qualsiasi futuro restauro dell’area, sempre che tale sia reputato dall’attuale amministrazione l’obiettivo da perseguire. Qualsiasi nuovo piano che ambisca a una qualche autorevolezza dovrà essere in grado di assumersi finalmente la responsabilità circa il destino di tale infrastruttura, sempre che non si voglia restare legati alla vecchia e puerile convinzione che l’urbanistica si risolva semplicemente attraverso schematiche zonizzazioni e più o meno efficienti vie di comunicazione.

Ci rendiamo conto che riaffermare la necessità di un programma globale, e ancor più di una strategia illuminata che sappia coniugare diverse, ma pur sempre lecite, esigenze e pulsioni abbia il sapore di una troppa ottimistica saggezza. Eppure intendiamo ribadire con assoluta convinzione che troppo spesso l’assenza di una progettazione autorevole, informata e responsabile abbia come contraltare l’assunzione di decisioni prese sull’onda di indecifrabili urgenze, che troppo spesso hanno riverberato sulla città di Livorno ombre pesantemente negative fin dal secondo dopoguerra.

Infine la questione dell’architettura: abbiamo detto che solo qualche schematico e anonimo disegno ci ha mostrato l’immagine, priva di alcun pregevole stile, del nuovo quartiere che qui si vorrebbe far crescere. E ancora una volta poniamo una questione di metodo: si dovrebbe essere minimamente coscienziosi in modo che l’immagine di una zona così rilevante di Livorno sia soggetta a una progettazione meno ineluttabile e più meditata, oltre che non necessariamente affidata alle sole leggi del mercato immobiliare.

Sia ben chiaro che questa breve valutazione non intende essere una critica verso le iniziative più che legittime dei promotori privati, anche sul piano delle ipotesi progettuali avanzate. Tuttavia non ci si può esimere dal considerare questa scelta, inanzitutto di metodo, inadeguata, soprattutto se riferita al delicato contesto storico nel quale ci collochiamo, dove il confronto tra diverse ipotesi e professionalità diventa non solo opportuno, ma irrinunciabile.

E ancora una volta ritorniamo al nodo della nostra questione: la capacità di mettere in campo un programma globale che coniughi esigenze economiche, destinazioni funzionali compatibili, qualità dell’architettura, e ultimo, ma non ultimo, il restauro architettonico e ambientale di questo significativo monumento della stagione liberty italiana.

Dario Matteoni

Pubblicato sul Tirreno del 4 aprile 2007 con il seguente sottotitolo: “Giù i gioielli architettonici. Livorno città senza memorie”

Nella fotografia: le Terme della Salute (cliccare sull’immagine per ingrandirla).Foto di: G.Canzaniello da Wikipedia

Dario Matteoni recentemente ha pubblicato presso qualificate case editrici numerosi volumi e organizzato importanti mostre in varie regioni italiane. In questo momento è in corso di svolgimento a Catanzaro “Il Convito e l’Arte tra l’Ottocento e i primi del Novecento”, mostra da lui organizzata insieme a Francesca Cagianelli e a Stefano Fugazza. A questa mostra alcuni giorni fa Radio 3 (RAI) ha dedicato un servizio durante il quale è stata trasmessa una lunga intervista a Dario Matteoni.

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