Caro signor Giomi,
leggo in ritardo la cortese lettera che mi rivolge. Le rispondo, cercando di raccogliere qualche spunto.
Lei parla dell’annuncio di progetti, che poi si perdono per strada, come una caratteristica di questi ultimi anni, nella nostra città e la vede come uno specchietto per le allodole in vista delle prossime amministrative. Loda, poi, l’ impegno coraggioso e solitario, con il quale avrei amministrato io.
Non è semplice risponderle, né voglio pontificare sull’operato altrui per sentito dire, senza avere conoscenza dettagliata degli atti amministrativi sulla base dei quali si è intrapresa una strada, che può aver comportato difficoltà impreviste, sempre possibili per chiunque. Di qui il mio invito, che sono sicuro troverà ascolto, a scegliere la strada più semplice per un amministratore. Mostrare, per ogni questione controversa, gli atti assunti e spiegare puntualmente il perché ed il per come di eventuali ritardi e difficoltà. Senza timori e senza supponenze.
Vede, è un metodo che mi hanno insegnato fin da quando ebbi l’onore di essere chiamato in Giunta da un uomo come Alì Nannipieri ed è un metodo che è stato sostanza condivisa da tanti con cui ho avuto la fortuna di collaborare. Anche coloro i quali io stesso ho chiamato a responsabilità amministrative e con cui ho lavorato molti anni in piena sintonia. Per questo mi aspetto di più ed ho fiducia in risposte e non in silenzi.
Questa riflessione mi spinge a risponderle anche sull’altro punto. Quella che Lei definisce la mia solitudine nell’assumere scelte impegnative. Non ho mai avuto questa percezione, le assicuro.
Non vi è un atto di un qualche rilievo che non abbia visto discussioni esaurienti in Giunta, in Consiglio e nei Gruppi, non le dico nel mio partito. Ho buona memoria, e potrei descriverle puntualmente ogni caso che le interessasse. Per questo non vanto meriti personali quanto piuttosto, soprattutto nei casi in cui qualcosa di buono si è fatto, l’ampia corresponsabilità di una intera classe dirigente. Mi hanno insegnato anche questo: per gli errori (quante cose non rifarei) ci si assumono le responsabilità fino in fondo, i successi (se ci sono) si condividono.
E le politiche culturali, di cui tanto ed opportunamente si parla oggi, non hanno mai fatto eccezione.
Innaugurai, con Scalfaro e Ciampi, Villa Mimbelli, i cui lavori erano stati avviati anni prima e non da me, come primo segno di quel progetto che definimmo, nel segno di una continuità di cui ero fiero, di “città ritrovata”. Poi lavorammo e consegnammo a Livorno i Granai e poi, ancora e soprattutto, lo splendido Teatro Goldoni, costituendo la Fondazione omonima. Insomma una politica delle strutture culturali solida e concreta, capace di attrarre stabilmente flussi di interesse esterni. In quel contesto si collocò anche la Terrazza e l’Acquario. Solo alcuni esempi, ma per capirci. Ebbene, niente di tutto ciò avrei potuto fare lavorando in solitudine, né a Livorno, né nel rapporto tra Livorno, la Toscana ed il governo nazionale. E continuo a non dimenticare ed ad essere grato ai tanti che mi hanno aiutato e mi sono stati vicini in frangenti assai complicati. Potrei citarli, ma ne dimenticherei qualcuno, capiterà l’occasione.
Quanto ai suoi complimenti all’assessore Guantini, amico stimatissimo impegnato su di un fronte cruciale, mi associo volentieri.
Se guardare al passato serve per immaginare un futuro , come ha ricordato di recente il nuovo direttore de l’Unità, ben vengano “provocazioni” come la sua.
Gianfranco Lamberti
Pubblicato da Redazione
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