Referendum,si voterà a fine Ottobre

da il Tirreno

L’entusiasmo del Comitato : abbiamo superato il quorum delle firme con due mesi di anticipo

Il Comitato per il referendum sull’ospedale a Montenero ce l’ha fatta: le firme hanno già superato quota 4.500 – il numero richiesto dallo Statuto dal Comune per indire un referendum – e soprattutto sono state raccolte in larghissimo anticipo rispetto alla scadenza prevista per il deposito dei moduli in Comune (il prossimo 22 giugno). «Siamo davvero soddisfatti, non ci saremmo mai aspettati di arrivare a 5.000 firme in così poco tempo», commenta Francesca Pritoni, portavoce del comitato “Livorno dice no a un ospedale fuori luogo, che ormai da mesi si batte per impedire la realizzazione della nuova struttura sanitaria nell’area Pascoli-Villa Serena. «Il regolamento comunale – continua – dice chiaramente che per indire il referendum servono 4.500 firme in cento giorni, e noi ci siamo riusciti quasi due mesi prima della scadenza. E’ un risultato straordinario, che dimostra la grande attenzione dei cittadini su questo argomento».
 Il numero preciso delle firme non è ancora noto, anche perché gli aderenti al comitato stanno già facendo un primo controllo eliminando quelle manifestamente non valide (è il caso, per esempio, di persone abitanti a Collesalvetti: al referendum possono partecipare solo gliu elettori residenti a Livorno). «I volontari – prosegue Pritoni – sono al lavoro da due notti per verificare i numeri e assicurarsi che tutte le procedure siano state seguite nel modo corretto. Una ricognizione assolutamente necessaria. E comunque, per non incappare in brutte sorprese e raggiungere un certo livello di sicurezza numerica, abbiamo deciso di continuare la raccolta, come da calendario».
 Chiudere prima la partita dei banchetti non significherebbe, infatti, anticipare la consultazione popolare: «Il regolamento, anche in questo caso, parla chiaro – sottolinea Francesca Pritoni – e individua in autunno, tra il 15 ottobre e il 15 dicembre, il periodo nel quale è possibile andare alle urne».
 Ma prima di arrivare al voto, il procedimento prevede ulteriori tappe intermedie. Per prima cosa il comitato dovrà presentare i moduli con le firme autenticate nelle forme previste dalla legge elettorale e dovrà farlo entro il 22 giugno prossimo mediante il deposito presso la segreteria generale del Comune. A quel punto il sindaco dovrà trasmettere tutto il materiale al collegio di garanzia che avrà a disposizione 45 giorni di tempo per verificare che tutto sia in regola. Un compito molto delicato quella delle verifica delle firme, perché sarà proprio sulla base dell’esito di questo controllo che il sindaco indirrà il referendum oppure dichiarerà l’inammissibilità per mancanza del numero minimo di sottoscrittori. Lo statuto comunale prevede due finestre nel corso dell’anno per andare a votare per un referendum: in questo caso specifico, il periodo da prendere in considerazione è quello che va dal 15 ottobre al 15 dicembre.
 La votazione dovrà svolgersi in un solo giorno, dalle 8 alle 22, e quindi sarà scelta una domenica. La prima data utile per andare alle urne è quindi il 17 ottobre, ma è più facile che si voti il 24 o il 31 dello stesso mese. Anche perché il sindaco dovrà annunciare la consultazione mediante affissione di manifesti almeno trenta giorni prima dello svolgimento.
 L’arrivederci, quindi, è probabilmente alla fine di ottobre: sarà allora che i livornesi saranno chiamati a dire sì o no al nuovo ospedale a Montenero. «Una volta terminata la verifica della validità delle firme – chiude Francesca Pritoni – partirà la campagna informativo elettorale in vista del referendum di ottobre: siamo già pronti».

4 risposte a Referendum,si voterà a fine Ottobre

  1. Kinto scrive:

    Leggo con grande soddisfazione quest articolo,
    e la data 22 Giugno,
    ovvero 2 volte il 2 Giugno,
    appare pregna di significati ed auspici.
    Non sono uno storico ne un romanziere
    rimane il fatto che la nostra Repubblica democratica prese vita proprio attraverso un referendum popolare.
    hai visto mai……

  2. Alonso scrive:

    Il racconto inedito

    Siamo tutti gattopardi

    Sciascia narra lo sbarco degli americani in Sicilia, quando anche gli ex fascisti corsero a festeggiare la «repubblica stellata». Un vecchio vizio nazionale
    Il racconto inedito

    Siamo tutti gattopardi

    Sciascia narra lo sbarco degli americani in Sicilia, quando anche gli ex fascisti corsero a festeggiare la «repubblica stellata». Un vecchio vizio nazionale

    di Leonardo Sciascia

    Lo sbarco degli alleati in Sicilia
    La sera del 9 luglio 1943, nel caffè che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, girò la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d’improvviso la fermò su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero.Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il più pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alzò e spense la radio con un colpo secco; girò terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo fermò su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. «Lei ha preso radio Londra» disse, sibilando collera. «Davvero? » fece il signor Chiarenza. «Radio Londra» disse ancora il brigadiere. «Non lo sapevo» disse l’altro. «Non lo sapeva, ma approvava» disse il brigadiere. «Per approvare, approvavo»; ammise il signor Chiarenza «però credevo fosse una stazione italiana». «Una stazione italiana!» il brigadiere quasi soffocava. «E le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?». «Le abbiamo sentite tutti» precisò il signor Chiarenza. «Già» disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritirò per cedere alla preoccupazione, all’indecisione. «Se vuole» offrì con angelica comprensione il signor Chiarenza «posso rompere la radio». Il brigadiere si precipitò fuori. Così a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco più da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva.

    E come tutti sentissero preciso avvertimento dell’ora che stava per scattare, non è possibile capire attraverso una giustapposizione di elementi concreti. Si sentiva, ecco tutto. E gli storici possono rompersi la testa, a tentare di capire comemai un segreto rigorosamente custodito al vertice degli eserciti alleati non fosse per tanti siciliani un segreto. Verso la mezzanotte, dai balconi e dalle terrazze del paese, tutti quelli che vi si attardavano per cogliere, dopo l’affocata giornata, i freschi refoli notturni, videro dalla parte di Licata il cielo farsi luminoso. Pareva che la luna si fosse schiantata alla marina, che continuasse a bruciare del suo tranquillo fuoco bianco sull’orlo dell’isola. Gli americani stavano sbarcando, ne fummo tutti certi. E si aveva il senso che quella luce lontana fosse come di una festa; che gli americani— gli zii, i nipoti, i cugini d’America — facessero splendere la volta notturna in gloria di quei santi neri e barbuti per i quali sempre avevano mandato, tra i foglietti delle lettere ai parenti o al parroco, il biglietto da cinque o da dieci dollari. L’alba spense quella luce. Ma dello sbarco degli americani ebbero certa notizia i carabinieri, i soldati. Le campane suonarono a martello, il banditore gridò per le strade lo stato di emergenza. Il cielo cominciò a vibrare del ronzio di un aereo: si avvicinava e svaniva, continuamente, senza che si riuscisse a scorgerlo; e finalmente, con un breve crepitio di mitraglia, comparve tra le case. Era di forma inconsueta, a due code (si chiamava, seppimo dopo, B 29): e doveva, per tutta una settimana, rappresentare una specie di legame tra il paese, isolato e ansioso, e la realtà della guerra, della invasione, della presenza americana. E che quella breve sventagliata di mitraglia avesse, al margine del paese, ucciso un carrettiere e ferito un bambino, i più erano disposti a considerarlo un errore: l’americano si era ingannato; dall’alto chi sa che gli era parso, quel carretto.

    I soldati, intanto, non sapevano che fare. Ad ogni buon conto, si misero in giro a cercare vestiti. Bussavano con esitazione, timidamente chiedevano: si accontentavano di un pantalone, di una camicia; col caldo che c’era non avevano bisogno di giacca. Pensando ai figli lontani, ai mariti, ai fratelli — e che altrove, dovunque si trovassero, su loro si riversasse uguale pietà — le donne del paese tiravano fuori dagli armadi e dalle casse vestiti vecchi e nuovi. E il riconoscimento di coloro che appena avevano lasciato la divisa militare poteva essere fatto a fiuto, per il dolciastro odore di naftalina che quei vestiti emanavano. Quel giorno, nell’ora in cui tutti si sedevano per buttar giù le quattro forchettate di lasagne fatte in casa, si sentì per le strade la voce di un vecchio fascista, irreale, patetica, gridare: «Li abbiamo respinti, li abbiamo ributtati a mare». In ogni casa la notizia fu, con lievi varianti, commentata da un ironico e compassionevole: «Sì, con le corna che hai in testa». E scendendo infatti la controra, la sonnolenza e il silenzio che qui sempre succede al pasto meridiano, affiorò netto il tonfo delle cannonate: e non c’era dubbio, secondo quelli che avevano fatto una guerra, che quei colpi cadessero a non più di quindici chilometri, in linea d’aria. Del tutto rassicuranti furono poi le notizie che portò un venditore ambulante. Era scappato, all’alba, da Licata: un po’ a piedi, un po’ su un camion militare, era riuscito a tornare a casa. Pieno di stupore, quasi allucinato, raccontava di aver visto il mare, fin dove l’occhio arrivava, fitto di navi. Ripeteva: «Cornuto! E come voleva vincere?». Quelli che lo ascoltavano, quasi tutti sorridevano con approvazione; qualche fanatico, che ancora c’era, fingeva di non capire a chi quell’insulto fosse diretto. All’ospedale del paese, verso sera, arrivarono una ventina di feriti. Erano del X Bersaglieri, quasi tutti veneti. Il reggimento (o forse un solo battaglione) valorosamente aveva resistito a più di un urto, ma poi era stato annientato. I feriti, quasi tutti in grado di camminare, sembravano più smarriti che sofferenti. E avevano fame. Poi passarono i tedeschi: seduti per quattro sugli autocarri, l’arma al piede, zuppi di sudore ma immobili, impassibili. Venivano dalla parte di Aragona e andavano verso il fronte di Licata. La gente, preoccupata, contò gli autocarri: cinque, sei, un’automobile scoperta con due ufficiali. «Non ce la fanno… Ma vedi però che ordine».

    Tornarono indietro che era già notte: evidentemente, avevano visto persa la partita. Da quella sera, per sei giorni di fila, non ci fu che il lontano tuonare delle cannonate e quell’aereo a due code che ogni tanto, per rompere la noia, scendeva a sgranare quattro colpi sempre oltre le ultime case: sui fichidindia, sui covoni di grano ammonticchiati nelle aie. La corrente elettrica non c’era più, nessuno si arrischiava a uscire dal paese: non si aveva notizia alcuna della guerra che dilagava nell’isola, soltanto il 14 (o il 15) uno era riuscito, da una radio a galena che aveva un soldato di passaggio, a sentire il bollettino di Roma: e che le forze d’invasione, superata la fascia costiera, si addentravano nella zona montuosa della Sicilia. E si era privi di tutto: di farina, non funzionando più i mulini; di verdura, ché gli orti erano appunto al margine del paese, dove il B 29 cercava bersagli; di frutta, grande risorsa che la stagione ci offriva per sopravvivere. Cominciavano a diventare cornuti gli americani, che non venivano. Il 16 luglio, di pomeriggio, gli americani finalmente apparvero. Fu davvero un’apparizione, quasi incredibile. All’estremità del corso, dove la facciata della Matrice lo chiude, davanti al caffè, una ventina di persone stava a godersi la striscia d’ombra che cominciava a cadere dalle case, e anche i carabinieri: ed ecco che all’altro estremo, nella deserta e abbagliante prospettiva, tenendosi al centro con un suo passo lento e guardingo, spuntò l’americano. Ai suoi lati, camminando sotto i balconi e coi fucili puntati alle imposte chiuse, c’erano altri soldati. Tutta la nostra attenzione era però incentrata su quello che camminava al centro: alto; il passo leggermente «fianchino», da cow boy; le braccia indolentemente scostate dal corpo, le mani quasi sospese: ma pronte, si sentiva, braccia e mani a scattare, a fare affiorare l’arma, il fuoco.

    Gary Cooper quell’entrata non l’avrebbe fatta meglio. E per quei due o tre minuti che ci vollero perché la pattuglia arrivasse davanti al caffè, ci sentimmo come al cinema, che la visione sorgesse da uno schermo e magicamente penetrasse nella realtà. Gli americani puntarono i fucili sui carabinieri, che si erano alzati in piedi: la faccia pallida, affilata; lo sguardo sperso. Uno della pattuglia girò dietro a loro, con destrezza li disarmò delle pistole. Tutto si era svolto così velocemente, e in così attonito silenzio, che il grido di Gasparino Firetto «Viva la libertà!» fu come un crollo. Gasparino più volte aveva avuto a che fare coi carabinieri, piccole truffe, piccoli furti: e a vederli disarmare l’evviva alla libertà gli era venuto dal profondo. E il momento della sua più grande gioia stava per essere l’ultimo della sua vita, se il capo della pattuglia non avesse fermato il soldato che, credendo quel grido fosse di allarme, di resistenza, con una faccia improvvisamente stravolta di paura, fu sul punto di impiombarlo. Dal grido di Gasparino alla grande festa fu questione di minuti. Il corso si riempì di gente che pareva una domenica del tempo di pace, una grande bandiera a stelle e strisce ondeggiò sulla folla, cannate piene di vino la sorvolarono fino a raggiungere gli americani. «Viva la repubblica stellata!» gridò l’avvocato Calafato, con una voce che non aveva perduto timbro e forza da quando, sei anni prima, alla stazione, era riuscito a salire sul predellino del treno per gridare «Duce, per te la vita!» sotto lo sguardo fiero e paterno di Mussolini.

    30 aprile 2010

    DEDICATO A TUTTI I COMPAGNI DI FINI.

  3. paolo de angelis scrive:

    “La Calamai dice si’” alla Commissione.Non capisco,avrebbe potuto forse dire di no?Ci dobbiamo inchinare alle Sue Altezze per capire come stanno le cose a Monterotondo?Dobbiamo inchinarci alla lobby dei primari cosi’ come abbiamo fatto per Olt e i Fratelli Neri con quello splendido anfitrione che risponde al nome di Cosimi?Ma dove siamo,in una favola di Andresen?E il gatto con gli stivali quando arriva ?

  4. oggi, in conferenza stampa on the road, il comitato è stato all’altezza. Veramente una dimostrazione di cosa significa affrontare temi concreti in modo semplice e diretto, fuori dalla vecchia politica e dalle vecchie tattiche.
    Una esperienza assai importante, in ogni caso, che credo dia una svolta allo scenario della politica cittadina.

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